23 marzo 2025

La prossima volta che guardi la luna...

(…) “La prossima volta che ascolti Borodin/ ricorda che sua moglie usava le sue composizioni/ per foderare la cuccia del gatto/ o coprire vasi di latte acido;/ aveva l’asma e l’insonnia/ e gli dava da mangiare uova à la coque/ e quando lui voleva coprirsi la testa/ per non sentire i rumori della casa/ gli lasciava usare soltanto il lenzuolo;/ per giunta c’era sempre qualcuno/ nel suo letto/ (dormivano separati quando proprio/ dormivano)" (…)

È un brano tratto dalla poesia di Charles Bukowsky (1920-1994) La vita di Borodin, in cui si narra la vita sfigatissima del chimico e compositore russo Aleksandr P. Borodin (1833-1887). Vessato dalla moglie, morì in modo altrettanto grottesco come ebbe vissuto: nel 1887 (a sentire Bukowsky) partecipò ad un ballo all’Accademia di medicina indossando un “allegro costume nazionale”. “Sembrava finalmente di un’insolita gaiezza/ e quando cadde sul pavimento,/ pensarono che volesse fare il pagliaccio”.

La poesia del buon vecchio Charles mi dà lo spunto per dire: la prossima volta che ammiri la luna, ricorda che… Ricorda che questo (di fatto) grosso pezzo di roccia grigia e morta, dagli anni ’50-’60 del secolo scorso accoglie sulla sua superficie qualcosa come 227 tonnellate di spazzatura, comprese statue, ceneri umane, palline da golf, martelli e guanti persi dagli astronauti, carcasse di sonde spaziali, la “bat-mobile” degli astronauti Apollo con la quale scorrazzarono in lungo e in largo, e persino 96 sacchi di cacca. Sì, quella degli astronauti che hanno avuto il privilegio di camminare sul suolo selenico. E, visto che sulla luna non c’è di fatto atmosfera e dunque poco o nulla che possa alterare la composizione della materia come sulla Terra, tutto questo rimarrà indistruttibile per migliaia di anni.

La questione, se da una parte suscita un moto di schifo e di rabbia per come l’uomo sia capace di violare con i suoi scarti paradisi incontaminati che vanno dall’Everest al nostro satellite naturale, dall’altra pone un altro problema. Se fino alla metà del ‘900 era possibile per poeti, innamorati, scrittori, ma anche loschi personaggi della notte ispirarsi alla luna sapendo che era una “vergine immacolata del cielo” e la sua bellezza era pura come il buon Dio e la fisica spaziale l’hanno creata, da allora in poi si può certo chiudere un occhio, ma in cuor nostro dobbiamo sapere che mentre volgiamo gli occhi a quella sfera turgida e lucente, corriamo il rischio di ammirare anche la cacca di Buzz Aldrin o di altri astronauti delle missioni Apollo; oppure di interpretare come un bagliore mistico e rivelatore, magari solo il riflesso del sole sul ferro della base del LEM oppure di ciò che rimane di qualche sfigata sonda russa o americana che ha "smusato" nello strato di silicati che la compongono.

Come detto possiamo, anzi dobbiamo, chiudere un occhio. Cioè mentre la nostra anima vibra nello scrivere versi, e quasi inesorabilmente la luna ci cade dentro come se fosse attratta dalla forza di gravità del nostro pensiero (alzi la mano chi, scrittore o poeta, non ha mai inserito la luna nei suoi scritti. Tu? No, non ci credo…), lassù, a 340mila chilometri di distanza, il sole scalda cacche, ferro, palline a golf e altre scorie del grandioso genere umano, abbandonate perché facevano “peso inutile” nel viaggio di ritorno dopo quella gitarella fuori porta. Ops… fuori pianeta.

Non c’è niente da fare. Pietosamente, il tempo cancellerà tutta quella merda, ma talmente più avanti nei secoli che forse l’umanità stessa non ci sarà più: sommersa dalla sua cacca, non solo biologica, e cancellata dalla sua stupidità. Pazienza. Allora tu caro, poeta, continua pure a scrivere e a guardare sognante al disco lunare. Ma fallo tappandoti gli occhi… e magari anche il naso…. 

17 marzo 2025

Spiegare una poesia? Anche no, grazie…

Fin dai tempi della scuola abbiamo imparato un termine tanto brutto a pronunciarsi quanto lo è nel metterlo in pratica: parafrasare, ovvero “esporre con parole proprie sviluppando o chiarendo i concetti espressi in un testo”. Lo abbiamo fatto tutti, su povere vittime come ad esempio le poesie di Leopardi, di Pascoli, i canti di Dante ecc. Parafrasare dunque, in buona sostanza, significa “spiegare cosa intendeva dire il poeta”. Ma, mi domando, tu lo sai? Io che mi professo tale, cioè poeta ma non per meriti accademici ma solo perché le poesie le scrivo dall’età di 12 anni, dico subito che tante volte io stesso non saprei spiegare perché uso certe metafore, o perché insisto su certe costruzioni, o perché costringo delle parole ad avere significati che non gli sono consueti. E chi meglio di me saprebbe dirlo. Dunque, se io stesso non so farlo, credo che sia difficile che un estraneo si possa arrogare il merito di farlo.

La famosa frase “il poeta qui intendeva dire che…” mi dà i nervi non meno del rumore di chi maneggia il polistirolo o sfrega il gessetto sulla lavagna. Che intendeva dire? Lo sai tu che hai letto riassunti e commenti fritti e rifritti? Ma che ne sai della vera anima del poeta? Che ne sai delle sue emozioni, delle sue paranoie, dei suoi orridi dell’anima e delle sue meschinità di uomo? “Il poeta intendeva dire…” una beata sega! Nulla. Ascolta la poesia, falla tua, falla entrare così com’è nel tuo animo, e poi puoi dire se ti è arrivata o meno.

Insomma, non è possibile a mio parere fare l’autopsia di una poesia per conoscerne le cause non della morte, ma della vita data alle parole. No. Non farlo. Non fatelo. Al limite fatelo per gli scrittori di prima del ‘900 per cui occorre “tradurre” il loro italiano in una lingua più consona a noi del XXI secolo. Ma basta. In questo caso basta solo "tradurre" l'italiano arcaico in quello moderno.

Parafrasare ad esempio l’Infinito di Leopardi, significa ridurlo a poltiglia per piccioni. No, per favore. Potrebbe essere un testo meraviglioso e ce lo fate odiare come la cacca che pesti per strada a furia di ripetere che 'sto Leopardi intendeva dire che... e che era pessimista... e che amava Silvia... E basta per l'amor di Dio. Che barba! Che noia! Ascoltalo e basta. Fallo entrare dentro di te. E poi puoi dire cosa ti ha lasciato: nulla, vertigini, amore, desolazione… cosa? Ma tutto deve finire lì.

Allo stesso modo questo discorso vale per le poesie moderne e contemporanee, anche di sconosciuti che si professano poeti. Ascoltale. Falle entrare. Ma senza masturbazioni mentali. Senza odiose parafrasi. Falle entrare, crescere e morire in te. E solo allora parla perché la risposta alla domanda "cosa intendeva dire" non avrà più senso. Lo avrà solo quello che ti ha lasciato. 

Grazie. A nome di tutti i poeti!    

13 marzo 2025

Nell'infinito

Sciolgo le mie mani
sul tuo viso stupito
seguendo ogni linea,
ogni sentiero,
ogni traccia del tempo
sulla tua pelle.
E poi allargo le dita
a raccogliere il tuo sorriso,
mentre il fiato,
lentamente,
scivola sul tuo petto
che m’accoglie, goloso,
tra baci e parole.
Fermi in questo spazio-tempo
che si dilata,
ci perdiamo, in silenzio,
nell’infinito.

(2025)



03 marzo 2025

Un mare di te

Ho solcato rotte ardite
scavallando tempeste
di vento e pensieri,
scivolando incauto
tra notti senza stelle
e questo mare
che ci segna e divide.

Sferzato poi
dall’onda della memoria,
e corroso
dal sale del tuo silenzio,
ho condotto, fiero e stremato,
flotte di desideri
verso una terra ferma
dove poter rifiorire.

Ed ora,
quando ormai è bonaccia
in questo specchio d’acqua
dove m’affonda il cuore,
disegno col dito
percorsi insidiosi
su carte ormai consunte,
che sanno di mare
e nostalgia.

(2025)