(A mio padre)
L’aspetto,
ormai da anni,
come s’aspetta qualcosa che sai dovrà arrivare:
non sai quando,
sai il perché.
come s’aspetta qualcosa che sai dovrà arrivare:
non sai quando,
sai il perché.
Non so se arriverà di notte,
quando la mente – fragile – lascia spazio
alle paure, ai tormenti, ai ricordi più duri.
Non so nemmeno se arriverà di giorno,
magari mentre aspetto una sera di calore,
oppure lotto contro goffi capetti dal colletto bianco,
e un business plan nel cuore.
Magari arriverà in uno di quei giorni
dove hai solo voglia di un sasso dove nasconderti
e leccarti il sangue che cola dall’anima,
oppure in uno di quelli dove
il mondo è un giardino e ti senti farfalla.
L’aspetto,
come si può aspettare un parente scomodo,
uno di quelli che indossano l’ipocrisia
di un bacio sfuggente sulle orecchie.
E arriverà, prima o poi,
quella telefonata.
E mi dirà che forse non ci sei già più,
che te ne sei andato,
per sempre,
magari di notte,
per non disturbare,
oppure che stai per andare via,
per sempre,
giusto il tempo di un ultimo sorriso,
e qualche rimpianto.
E partirò, quel giorno,
ingoiando lacrime e strada,
ricordi e paure.
Ho fatto tante volte quella strada,
accanto a gioia, tristezza, paura o nostalgia,
ma sapevo, alla fine, di trovarti.
Farò ancora quella strada,
che ho fatto tante volte.
In silenzio.
(2006)
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