10 agosto 2021

Il mio vizio di scrivere

Scrivere? È cosa curiosa, per me. Lo faccio perlopiù all'alba, quando il sonno è già finito e la giornata non ancora iniziata ufficialmente. La storia da narrare è quasi sempre già in mente da tempo. Non troppo, tuttavia. Cresce nella testa come la lava in una camera magmatica e poi, un giorno, decido che è ora di affrontare il foglio bianco e di farla uscire. Il più delle volte so l'inizio e la fine. Ma tutto quel che c'è in mezzo è ancora vago e il più delle volte scritto in progress. Scrivo senza sosta. Due, tre, quattro pagine al giorno. Dipende. Il bello è che è come se in realtà "trascrivessi". Perché le parole escono da sole. Si susseguono in linea come scolaretti, così come le idee e le situazioni. Talvolta con un preavviso di qualche minuto o al massimo un giorno.

Non rileggo quasi mai tutto ciò che ho scritto nei giorni prima. Scrivo. Proseguo e basta. Poi arrivo alla fine e mi sento svuotato. Tutto ciò che avevo da  dire l'ho detto.

Così rileggo tutto. Correggo gli inevitabili refusi e mi rendo conto che il più delle volte tutto fila liscio.

Allora lo ricorreggo per la pubblicazione. Una. Due volte. Ma a questo punto provo un senso di saturazione. Di distacco. Quasi di noia. Ciò che era da dire è stato scritto. Ora il libro può prendere il varo nel mare dei lettori. Basta. Deve staccarsi da me, lasciarmi respirare.

Però resta un figlio. Allora, dopo magari un mese o un anno, lo rileggo. E mi stupisco talvolta di ciò che ho scritto. E me ne compiaccio. Dicendo: «Ma l'ho scritto io?».

Forse sì...





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